Comune di Siano

Comune di Siano

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Siano è un centro agricolo, commerciale ed artigianale situato in una valle a circa 120 m sul livello del mare, in vicinanza del capoluogo di provincia, Salerno, dal quale dista circa 25 km, mentre è posto a circa 45 km dal capoluogo di regione, Napoli.

Il comune è posizionato nell’estrema parte nord-ovest della provincia di Salerno, e per un segmento del suo perimetro confina con la vicina provincia di Avellino (in particolare con il comune di Quindici) ed è alle porte della pianura sarnese vesuviana.

Siano è sito all’interfaccia tra l’Agro nocerino-sarnese propriamente detto e la valle dell’Irno: per tale motivo, esso rientra nei progetti di zona di entrambe le aree territoriali.

L’area cominciò ad essere frequentata con il Neolitico Medio (5000-3100 a.C.) e Recente (3000-2000 a.C.), e ciò è testimoniato dai numerosi reperti litici ritrovati in diverse località poste alle pendici delle montagne che cingono l’intera valle del fiume Sarno.

Le origini di Siano non sono ben documentate, cosicché è solo grazie a leggende tramandate e rielaborate oralmente nel corso dei secoli e a una parte della storiografia latina, rappresentata dal poeta e filosofo del I secolo a.C. Virgilio e dall’avvocato e poeta latino del I secolo d.C. Silio Italico, che si possono indicare i Sarrasti (o Sarrastri), provenienti dalla vicina piana di Sarno nell’età del ferro (800-700 a.C.), come i primi abitanti della vallata sianese.

I Sarrasti erano una tribù che la tradizione fa discendere dalla mitica ondata dei Pelasgi che, nell’alta età del bronzo (intorno al 1600 a.C.) e provenienti dal Peloponneso, si insediarono in gran parte dell’Italia Meridionale. Queste popolazioni si stabilirono anche nella valle sarnese, contigua a quella di Siano, e la tribù locale ribattezzò “Sarno” o “Sarro” il fiume ivi presente (in memoria di un altro fiume, il “Saron”, che scorreva nella madre patria da cui essi erano emigrati); questa tribù si autodenominò Sarrasti[33] e con tale nome essi erano conosciuti anche dagli Etruschi.

Già quindi nella Età del Bronzo medio (1500-1300 a.C.), recente (1200-1100 a.C.) e finale (1000-900 a.C.), i monti e la valle sianese erano verosimilmente frequentati con una certa continuità da gruppi tribali di Sarrastri della vicina piana sarnese, composti di pastori alla ricerca di pascoli nel circondario.

In alternativa, secondo una parte della storiografia greca rappresentata dallo storico Antioco di Siracusa nel V secolo a.C.[34], dal filosofo Aristotele nel IV secolo a.C., dallo storico Polibio nel II secolo a.C., l’intera zona vesuviana fino alle sorgenti del fiume Sarno era abitata alla fine dell’età del bronzo (X secolo a.C.) dagli Opici, popolazione di origine indoeuropea, i quali si erano sostituiti ai più antichi Ausoni, anch’essi di origine indoeuropea..

Le moderne ricerche storiche confermano in ogni caso che diversi flussi di ceppo indoeuropeo giunsero in Italia Meridionale dall’Europa Orientale e Centrale in successive ondate migratorie e si sovrapposero alle etnie pre-indoeuropee già presenti nell’attuale territorio campano, o assorbendole o stabilendo una forma di convivenza pacifica con esse.

Gli Opici furono le prime tribù a calcare le valli del circondario di Siano. Essi erano un antico popolo di ceppo latino falisco (o proto-latino), estesosi nella Campania pre-romana in una vasta regione che da loro prese il nome di “Opicia”; tale popolo si insediò nel contesto del primo processo di indoeuropeizzazione dell’Italia peninsulare, quello che portò all’ingresso nella penisola dei Protolatini (nel II millennio a.C.). Nei primi secoli del I millennio a.C. gli Opici furono anch’essi sopraffatti e assimilati dall’irruzione nella loro area di un nuovo nucleo di indoeuropei, questa volta di ceppo osco-umbro: il popolo degli Osci. Che gli Opici fossero una popolazione proto-osca distinta e non sovrapposta o confusa con essa è una tesi condivisa da diversi studiosi moderni. La presenza degli Osci in queste zone è tramandata anche da una parte della storiografia latina, rappresentata dallo scrittore Plinio il Vecchio e dal geografo Strabone nel I secolo d.C..

Ai primi abitanti della zona, la parte inferiore della vallata sianese dovette apparire acquitrinosa ed era probabilmente anche malarica, per cui i primi insediamenti poterono avvenire solo in alcune anse protette sulle sporgenze delle montagne, cioè quelle con una giusta inclinazione verso il basso tali che l’acqua piovana non potesse intaccare le primitive abitazioni e defluisse senza arrecare danno o distruzione. Pertanto, solo alcune aree ai piedi delle montagne sianesi iniziarono ad essere occupate stabilmente. In queste condizioni, l’agricoltura era inizialmente poco praticata e il terreno si adattava più alla pastorizia. Sul monte Le Porche sono stati rinvenuti alcuni frammenti di vasellame appartenuto probabilmente a pastori nomadi che si riparavano in tende sotto una sporgenza di rocce. Tra i reperti compare anche una pietra levigata che rappresenta un raschietto e che serviva per la concia delle pelli. La restante parte del ritrovamento è costituita da cocci d’argilla rudimentali, attestanti la poca cultura di quei gruppi tribali. Il tutto è stato datato risalente all’età del bronzo Recente (1200-1100 a.C.).

Nella zona di Baresano di Campomanfoli, giusto oltre l’attuale confine con il comune di Castel San Giorgio, durante lavori di sterramento furono ritrovate ceramiche a vernice nera attestanti un insediamento semi-stanziale anche ai piedi del monte Iulio.

Quando, nell’VIII secolo a.C., iniziò la colonizzazione delle coste della Campania ad opera di mercanti, contadini, allevatori, artigiani provenienti dalle singole comunità greche del Mar Egeo, la navigabilità del fiume Sarno favorì i rapporti di scambio di merci tra le popolazioni osche stanziate nell’entroterra delle valli del sarnese e quelle cosiddette “italiote” delle città greche fondate sulla costa; i traffici maggiori si instaurarono soprattutto con lo stanziamento di Pithecusa, fondato sull’isola d’Ischia[44], e in seguito anche con Cuma.

Intorno al 600 a.C. la piana attorno al Vesuvio vide il proliferare di insediamenti isolati di Etruschi, provenienti da nord con base a Capua, principale città stato etrusca in Campania, da essi fondata nel X secolo a.C. La massima espansione etrusca in Campania giunse fino al golfo di Salerno, attraverso tutto il retroterra (la cosiddetta mesògaia, cioè terra di mezzo). L’estensione dei traffici dei coloni greci verso l’interno li portò in rotta di collisione con tali stanziamenti etruschi: nel 524 a.C. gli Etruschi cercarono di conquistare Cuma in una battaglia terrestre, ma furono battuti dalla cavalleria greca del tiranno Aristodemo.

Da quella fallita incursione, col passare del tempo, gli avamposti degli Etruschi nella zona del fiume Sarno rimasero sempre più isolati e andarono indebolendosi definitivamente, specie dopo l’ulteriore pesante sconfitta navale subita nella battaglia di Cuma del 474 a.C.

Di tale momento di debolezza ne approfittò la lega di popoli Sanniti che nel 423 a.C. conquistò Capua: ad essi gli Etruschi dovettero cedere il dominio anche delle aree di stanziamento poste più a sud, corrispondenti all’attuale Agro nocerino-sarnese.

A partire dal V secolo a.C. gli autoctoni agglomerati osci, sparsi anche nel circondario di Siano, iniziarono ad essere inglobati progressivamente dalla tribù sannita degli Irpini, a loro per altro strettamente affine dal punto di vista etnico (gli Irpini erano solamente stanziati leggermente più a nord rispetto al blocco dei monti Picentini, in quella regione che da loro prese il nome di “Irpinia”). Da allora i due gruppi finirono sostanzialmente per coincidere, in una variegata differenziazione tribale che sopravvisse a lungo anche alla conquista romana avvenuta con le successive guerre sannitiche.

Dalle frammentarie notizie archeologiche pervenuteci, e dalla storiografia latina, i primi insediamenti stabili sul territorio sianese di cui si hanno anche prove certe furono dei sanniti Irpini, verso III secolo a.C., dediti anch’essi alla pastorizia come le precedenti popolazioni ed in parte anche all’agricoltura, originariamente stanziatesi lungo la fascia pedemontana compresa tra il monte Le Porche e il monte Iulio in quello che era la loro caratteristica comunità amministrativa, il pagus. Questa ipotesi è infatti supportata dal ritrovamento, proprio in quella zona pedemontana, di oboli pre-romani in bronzo e frammenti di vasellame, emersi a seguito di opere di sbancamento per la costruzione di edifici o a quella di sterro causale e sporadica delle campagne.

Le guerre sannitiche tra il IV e il III secolo a.C. e le guerre puniche tra il III ed il II secolo a.C. che ebbero per teatro l’Italia Meridionale e soprattutto la vicina Nuceria Alfaterna, non poterono non coinvolgere anche la sorte del territorio sianese. Gli storici del tempo non nominano esplicitamente la località di Siano ma, narrando degli avvenimenti che coinvolsero Nocera, riportano dei suoi circondari distrutti dalle continue guerre che ebbero come palcoscenico questa zona della Campania.

Nuceria Alfaterna, infatti, si alleò dapprima con i Sanniti e Roma, guidata da Quinto Fabio Massimo Rulliano, la conquistò nel 308 a.C. confederandola all’Urbe con tutti i suoi villaggi limitrofi, come tramanda Tito Livio, storico romano del I secolo a.C..

Alla lotta di Roma contro Annibale parteciparono anche le genti delle vallate dell’Ager Nucerinus in quanto Nocera, divenuta nel tempo fedele alleata di Roma, inviò in supporto soldati raccolti anche dai territori limitrofi che perendo lasciarono a terra anche le loro insegne, a quanto riporta Silio Italico. Dopo la vittoriosa battaglia di Canne, Annibale marciò proprio contro Nocera e, non avendola potuta subito espugnare, sfogò la sua ira nei suoi circondari.

Il toponimo valle dell’Orco con cui si designa la valle di Siano alluderebbe proprio alla furia devastante di Annibale, che vi erse diversi accampamenti durante le operazioni di assedio. Tali presidi erano volti a chiudere ogni via di accesso dei viveri alla città di Nocera.

Secondo gli studiosi Palmieri, G. Iennaco e G. De Crescenzo, anche il toponimo “Siano” avrebbe origine proprio in questa epoca repubblicana romana e deriverebbe dal nome di Sejanus, un luogotenente di Annibale a cui fu assegnata questa contrada collinare alle falde del monte Le Porche, da allora iniziata a chiamarsi appunto campo di Sejano e non più Ripalonga com’era stata indicata fino a quel momento. Questa derivazione toponomastica è, secondo tali studiosi, da inquadrarsi congiuntamente anche all’origine del nome di Campomanfoli (la frazione di Castel San Giorgio immediatamente confinante con Siano a sud-est), supposto derivante da Manpholis, un altro luogotenente dell’esercito cartaginese accampatosi invece alle pendici del monte Iulio.

Quando finalmente, nel 216 a.C., dopo due mesi di assedio, il condottiero di Cartagine riuscì a vincere la resistenza dei nocerini, la cittadina venne completamente rasa al suolo e i suoi abitanti si dispersero nei boschi intorno, in insediamenti sparsi che divennero poi i nuclei abitativi basilari dei vari siti romani della successiva epoca romana imperiale, tra cui anche Siano.

Nocera fu riedificata dopo circa 20 anni per decreto del Senato Romano, a dimostrazione della stima per la fedeltà della sua gente, ma i suoi dintorni vennero nuovamente devastati nel corso della Guerra Sociale (91-88 a.C.), quando il sannita Gaio Papio Mutilo volle punirla per il suo schieramento dalla parte della Repubblica romana. I Romani penetrarono definitivamente nelle valli interne del Sarno e dell’Irno dopo aver domato Pompei, e si stabilirono nella vallata di Siano presumibilmente intorno all’88 a.C., allorché Lucio Cornelio Silla prevalse nella Guerra Sociale e decise di elargire terre ai veterani che avevano combattuto al suo fianco. Le terre del circondario vennero così divise tra le centurie romane ed affidate alla cura delle famiglie che vi si trasferirono.

Da ricordare di questo periodo anche la costruzione da parte dei Romani della via Popilia, intorno al 132 a.C., la prima della zona con tracciato in basalto, che favorì lo sviluppo economico e il commercio di tutta la parte di dell’agro nocerino da essa attraversata, lungo un percorso il cui terreno fu via via fortemente caratterizzato dalle centuriazioni.

Intorno al 73 a.C. il diffuso malcontento dovuto allo strapotere romano fece scoppiare la rivolta dei gladiatori che, partita da Capua, si trasformò nella più estesa rivolta servile. Capo di questi schiavi e gladiatori fu Spartaco e a lui si aggregarono anche tutti quegli uomini del territorio nocerino e nolano i cui poderi e campi erano stati espropriati per passare in proprietà ai legionari di Silla, esasperati dallo stato di povertà in cui erano piombati. Durante la successiva terza guerra servile (73-71 a.C.), l’esercito di ribelli si accampò e saccheggiò in ben due tornate le campagne e le vallate nei dintorni di Nocera.

La tenacia e la fedeltà della gente dell’area procurò presso i Romani stima per la popolazione del luogo, tanto che Augusto ordinò di dedurre una colonia di legionari anziani ai piedi del monte Iulio, nel territorio dell’odierna frazione Aiello nel limitrofo comune di Castel San Giorgio; l’imperatore romano assegnò ad ogni ex legionario quaranta sesterzi e un appezzamento di terreno mediante il quale procurarsi da vivere.

In età augustea (63 a.C. – 14 d.C.) per la costruzione della vicina tratta dell’acquedotto romano del Serino attraversante l’attuale territorio sangiorgese, acquedotto che serviva a rifornire il porto commerciale di Puteoli della stazione navale romana di Misenum, si imbastì un grande cantiere edile che portò a un’intensiva colonizzazione della vallata di Siano, che fu immediatamente votata alla coltivazione agricola e all’allevamento suino.

Fino al terremoto del 62 e alla storica eruzione del Vesuvio del 79 che seppellì Pompei, Ercolano e Stabiae, tutta la piana dell’attuale Agro nocerino-sarnese attraversò un florido periodo di tranquillità, ricoperta da ville rustiche romane dedite all’agricoltura e in particolare alla produzione di vino. La cenere e i lapilli prodotti da quella storica eruzione distrussero una buona parte dei vitigni anche della vallata sianese.

È quindi nell’epoca romana imperiale dei primi secoli dopo Cristo che si concretizza una prima forma proto-urbana dell’insediamento di Siano, con la presenza di numerose villae rusticae e verosimilmente nasce, secondo alcune delle ipotesi più accreditate, il toponimo “Sianus”.

Esso deriverebbe dal nome del prefetto romano Sejanus (I secolo) con il mantenimento del suffisso -anus che indica il possesso di queste lande da parte del politico. Altre ipotesi (minori) vedono invece l’origine etimologica del toponimo:

  • o negli allevamenti di suini molto diffusi nella valle a quel tempo ai piedi del monte Le Porche (donde il nome comune della montagna), e derivante quindi dal sostantivo latino sus, suis, maiale;
  • o derivare dalla contrazione dell’aggettivo latino silvanus, cioè selvoso.

In tutti i casi, fu poi nella successiva epoca longobarda che si passò da “Sianus” a “Sianum” e infine al moderno “Siano”.

La presenza romana nella valle sianese è attestata anche dal ritrovamento di vari oggetti e frammenti in terracotta, di una lucerna, di vasi in ceramica e di resti di tombe, tutte datate di epoca imperiale, tra il I e il II secolo. In località Starza di Vallesana, non lontano dal pagus di Campomanfoli ai piedi del monte Iulio sono stati raccolti mattoni e resti di un’antica pavimentazione in coccio-pesto, frammenti di anfore vinarie e anche resti sparpagliati di una villa rustica databile tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.

Dall’inizio del I secolo una grave crisi sia economica che culturale investì tutta la Campania, accentuata da alcuni forti terremoti e devastanti epidemie.

In questo periodo incominciò a diffondersi nella zona il primo Cristianesimo. La fede cristiana si propagò rapidamente anche in quest’area della Campania, sebbene i primi seguaci di Gesù si potevano riunire solo in case private, essendo a loro vietato il professare in pubblico la propria fede.

Già dalla metà del II secolo, il regime agrario dell’intera Campania subì una radicale trasformazione, caratterizzata dal ridimensionamento dell’agricoltura specializzata a vantaggio della cerealicoltura e della viticoltura, funzionarie alle necessità annonarie dell’Urbe.

Il generalizzato declino economico iniziato nel I secolo portò ad un impoverimento dei proprietari terrieri di tutto l’Ager Nucerinus, e i primi segni di ripresa si videro solo nei decenni finali del III secolo quando si assistette ad un risveglio della Campania tutta ad opera dell’imperatore romano Costantino che fu promotore di riforme amministrative, istituzionali e agrarie, specie negli anni conclusivi del suo regno.

Quando con l’editto di Costantino del 313 vi fu la pace religiosa, i luoghi di culto pagano nel circondario di Siano furono riadattati alle celebrazioni cristiane.

Nell’agosto del 410 i Visigoti, comandati da Alarico, misero a sacco Roma; evacuata dopo soli tre giorni la città, Alarico cominciò la marcia verso la Sicilia dalla quale passare poi in Africa per approvvigionarsi delle riserve di frumento dell’impero. Il suo esercito attraversò la zona del nolano e del nocerino, seguendo la consolare via Popilia e devastandone i territori limitrofi.

Nel 455 fu la volta dei Vandali di Genserico che dopo aver saccheggiato Roma si spostarono a sud, razziando l’agro nocerino nel 456[63] e ancora nel 458. Le scorrerie dei Vandali avevano in genere un raggio di azione prospiciente alle coste e le penetrazioni verso l’interno erano guidate dalle arterie locali presenti. I Vandali erano soliti razziare a piccoli gruppi e non attaccare direttamente le città fortificate; raggiunto l’Ager Nucerinus miravano agli insediamenti agricoli delle vallate limitrofe, sprovvisti di difesa, ma evitavano quasi sempre di danneggiare le colture.

Il territorio sianese continuò ad essere comunque coltivato con continuità fino all’imponente eruzione del Vesuvio del 472, che per i suoi effetti disastrosi è paragonata a quella del 79 che seppellì Pompei.

Il dominio romano della zona durò fino all’invasione barbarica da parte degli Goti alla fine del V secolo: con la deposizione di Romolo Augusto da parte del condottiero barbaro Odoacre di origine scira avviene formalmente nel 476 la caduta dell’Impero romano d’Occidente e con essa Siano e la Campania tutta passano sotto il dominio dei Goti.

Con la discesa dei barbari l’acquedotto romano del Serino cessò definitivamente di funzionare e il tratto che si trovava di fronte all’imboccatura sud della vallata di Siano cadde lentamente, ma irrimediabilmente, in rovina. Di questa opera architettonica sopravvivono a tutt’oggi solo alcuni resti, visibili nel comune limitrofo di Castel San Giorgio.

Odoacre fu deposto nel 493 da Teodorico il Grande, re degli Ostrogoti (la branca orientale dei Goti), che rimase quindi l’unico padrone dell’Italia, pacificando l’intera Campania dopo le incursioni dei Visigoti e dei Vandali.

Anche a causa delle mutate condizioni storiche gli abitanti dell’agro nocerino tornarono a prediligere i siti collinari, più facilmente difendibili e Siano, circondata dai monti e con accessi facilmente controllabili, si confaceva a questa esigenza.

Gli anni successivi furono segnati dalla terza guerra greco gotica (535-553) che portò alla fine del dominio ostrogoto sul territorio dell’agro nocerino.

Nel 536, per ordine dell’imperatore bizantino Giustiniano, l’esercito dell’impero orientale guidato dal generale Belisario attaccò gli Ostrogoti risalendo la penisola italiana lungo la via Popilia e passando quindi anche per l’Agro nocerino-sarnese, fino ad assediare prima Napoli e poi Roma[66]. I Bizantini non incontrarono troppa resistenza da parte degli abitanti delle zone attraversate, insofferenti com’erano dell’eccessiva fiscalità imposta dagli invasori Goti.

Lo scontro definitivo, passato alla storia come la “battaglia dei Monti Lattari”, avvenne nel 553 proprio intorno al fiume Sarno, e fu combattuto tra gli eserciti di Teia, re dei Goti, e di Narsete, comandante dei Bizantini. I due schieramenti stazionarono per ben due mesi sulle rive opposte del fiume, molestandosi con lanci di frecce e predando le campagne e le vallate circostanti, prima della ritirata gota sui Monti Lattari per mancanza di rifornimenti. Ad essa seguì il disperato scontro finale quando gli Ostrogoti, vedendo svanire ogni speranza di vittoria, si riversarono nuovamente dalle protette alture nella pianura sarnese lanciandosi in uno scontro all’ultimo sangue, in cui lo stesso Teia perse la vita.

La dominazione bizantina nell’area del salernitano comprendente la valle dell’Irno, l’agro nocerino e la zona del fiume Sarno durò fino alla calata dei Longobardi, sul finire del VI secolo: nel 571 essi, discendendo la penisola italiana nella loro avanzata, posero base in Campania fondando il Ducato di Benevento con Zottone, cui succedette il nipote Arechi I.

La difesa dell’agro nocerino da parte dei Bizantini risultò via via troppo dispendiosa, data la limitata rilevanza economica e demografica rappresentata a quel tempo da quell’area dell’entroterra; essa venne pertanto progressivamente ceduta ai Longobardi beneventani che premevano verso sud per avere uno sbocco sulla costa del golfo salernitano e accerchiare la zona vesuviana che fu il distretto napoletano dell’Esarcato d’Italia e che sarebbe andata a formare poi il Ducato di Napoli (il quale, pur manifestando una certa autonomia, in realtà sottostava a Bisanzio).

Nel 596 Arechi I aveva già preso Nola e minacciava Amalfi; nel 601 anche Nocera e tutto il suo comprensorio, inclusa la valle di Siano, caddero definitivamente in mano longobarda.

I Longobardi si insediarono nelle fertili lande della vallata e il territorio di Siano confluì attivamente nel Ducato di Benevento durante i primi decenni del VII secolo.

Per avere un riconoscibile centro abitato bisognerà attendere la metà dell’Alto Medioevo, allorquando si assistette alla moltiplicazione di ville rustiche conseguenti alla messa a coltura sistematica dei terreni del fondo valle. Nell’VIII secolo infatti, in piena dominazione longobarda, si realizzarono numerosi pozzi per sfruttare al massimo l’acqua nella produzione agricola.

In quest’epoca il territorio sianese, seguendo l’organizzazione del diritto longobardo, era retto da un “guastaldo” (il governatore locale avente sede in uno dei vicini centri di comando), la cui persona rappresentava il potere politico, amministrativo e giudiziario per conto del Ducato di Benevento; da qui il nome di gastaldato (o guastaldato) per l’unità base territoriale longobarda.

Dalla prima metà del VII secolo alla prima metà del IX secolo, il potere longobardo della zona aveva base a Rota (com’era denominata fin dai tempi dei Romani l’odierna Mercato San Severino), il cui castello fu costruito proprio dai Longobardi prima dell’anno 800: allora Rota estendeva la sua giurisdizione fino a Serino, Forino, Bracigliano, Siano, Calvanico, Pellezzano e Baronissi.

Tutta l’area campana fu colpita da un devastante terremoto nell’844.

Il periodo di dominio longobardo beneventano durò ben due secoli e mezzo, fino all’849, quando l’imperatore Ludovico II sancì la ripartizione del Ducato di Benevento in due principati: il Principato di Salerno (o Principato citeriore) e il Principato di Benevento; Rota fu allora eretta a gastaldato del Principato citeriore con tutto il suo territorio di influenza, la cura religiosa fu affidata al vescovo di Salerno.

Nell’anno 851 Siano confluì nel Principato di Salerno, ma passò alla giurisdizione della potente provincia di Nocera in seguito a una riorganizzazione del potere. Durante tutto il IX secolo la valle di Siano, ancora rurale nello sviluppo, rientrava pertanto nella sfera di dominio della contea di Nocera, che si estendeva allora per quasi tutta l’area dell’attuale Agro nocerino-sarnese, da Angri fino a Siano stessa, passando per Roccapiemonte e Castel San Giorgio.

Il primo documento che riporta il nome di una località della valle di Siano, “San Vito”, risale all’848, mentre la prima apparizione scritta del toponimo “Sianum” è dell’852, citato in un atto nel frammento XXXV A.D.852 del “Codex Diplomaticus Cavensis”, una raccolta in otto volumi dei documenti integrali più antichi conservati presso l’archivio della Abbazia territoriale della Santissima Trinità in Cava de’ Tirreni, e inerenti a vicende del territorio del periodo longobardo che va dal 792 al 1065.

Nelle continue lotte territoriali tra i due principati di Benevento e Salerno la vallata di Siano, trovandosi ai margini di una delle vie di comunicazione più comode tra i due regni, venne sovente battuta dai due eserciti in lotta. In tali occasioni, le montagne circostanti funsero da naturali rifugi della popolazione della vallata che cercava scampo alle angherie delle truppe.

Durante la seconda parte del IX secolo i due principati non disdegnarono, alternativamente, di far leva sulle periodiche incursioni dei Saraceni nell’altro territorio, i quali ebbero libertà di saccheggiare quanto trovavano sulla loro strada una volta sbarcati sulla costa. In genere, nei decenni precedenti, i Saraceni sbarcavano improvvisamente sul litorale campano, razziavano quanto potevano e poi si dileguavano altrettanto velocemente di come erano comparsi. Con tale atteggiamento di non opposizione quando l’altro principato era attaccato, la loro presenza divenne in un certo senso “legalizzata”, dando loro la possibilità e l’audacia di spingersi in profondità fino alle vallate interne come quelle dell’agro nocerino nel corso delle loro scorribande. Fu in questo periodo che cominciarono a sorgere per difesa i castelli medioevali longobardi che si vedono ancora sulle montagne che incorniciano l’Agro nocerino-sarnese: i più vicini a Siano e ancor’oggi visibili sono quello di Castel San Giorgio e di Mercato San Severino.

Nell’871 è documentato un memorabile sbarco da parte di un corposo contingente di oltre 12000 Saraceni ad assediare Salerno, con a capo il condottiero Abdila; essi, giunti a bordo delle loro sottilissime navi chiamate “sagene”, prima di attaccare la città fortificata perpetrarono una violenta razzia nei suoi dintorni. Nel corso del lungo assedio, i guerrieri saraceni si spingevano sovente in profondità nell’interno della valle dell’Irno.

Le invasioni settentrionali, le scorrerie dei Saraceni, le guerre civili durante tutto il IX secolo fecero sì che le terre dell’Agro nocerino-sarnese via via si irreggimentassero. Le famiglie nobili dei vari gastaldati iniziarono a fortificare con mura, torri e fossi le loro residenze e a pretendere diritti sui limitrofi possedimenti; questi ultimi divennero sempre più frammentati, trasformandosi ben presto in titoli di signoria e quindi in veri e propri feudi. I signori locali si ersero ben presto come gli unici efficaci difensori del feudo contro le scorribande dei predoni, non potendo gli eserciti dei Principi essere costantemente stanziali su tutto il territorio.

Questo aspetto sancì la nascita e l’affermazione del feudalesimo anche nell’area dell’Agro nocerino-sarnese, come nel resto d’Italia.

Sul finire del IX secolo, le lotte per il potere tra i diversi feudatari elevarono la frammentazione della proprietà terriera nel Principato di Salerno; da questo fenomeno si originarono i cognomi locali, diffusisi poi nell’intera area del nocerino. All’inizio essi emersero come derivazione dall’appellativo dalle proprietà dei vari feudi, per identificarne univocamente il signore che la possedeva oppure per riferirsi a un membro di una certa famiglia citando il nome del suo più noto esponente.

Nel 926 vi fu l’invasione degli Ungari che, sebbene riuniti in un’orda indisciplinata e poco numerosa, sbarcarono con successo prima in Puglia, dove rasero al suolo Taranto, e poi si spostarono in Campania, agendo con ferocia addirittura superiore a quella saracena: le devastazioni da Capua si estesero fino a raggiungere le zone del circondario di Sarno.

Nel periodo medioevale tra il X e il XIII secolo, Siano è inquadrato nella circoscrizione amministrativa longobarda indipendente detta Actus Apudmontis, che comprendeva anche i comuni di Roccapiemonte, Castel San Giorgio, la parte di Nocera Superiore corrispondente alle attuali frazioni di Materdomini, Iroma e Croce Malloni, e infine le attuali frazioni di Mercato San Severino, di Sant’Eustachio e Piazza del Galdo; Actus Apudmontis era chiaramente identificato e confinava a sud con la circoscrizione Actus Nuceriae (con centro Nocera) e ad est con la Actus Rotensis (referente a Mercato San Severino, l’antica Rota romana), due circoscrizioni del dominio longobardo più estese ed antiche.

L’asse viario portante più vicino al territorio sianese era costituito dal tracciato dell’attuale Strada statale 266 Nocerina, che ricalca verosimilmente una diramazione della romana via Popilia (o via Capua-Rhegium).

Siano ricompare ancora nel 909 citato in un atto di donazione nel frammento CXXV A.D.909 del “Codex Diplomaticus Cavensis”.

Il Casalis Siani andò arricchendosi di nuove abitazioni, costruite prevalentemente nelle aree ai piedi dei monti sia per salvaguardarsi dalle frequenti alluvioni sia per mantenersi a distanza dalle zone paludose. Alle abitazioni preesistenti se ne aggiunsero via via delle altre, spesso intorno alle piccole “corti” che andavano costituendosi. Solo in seguito venne costruito anche il palazzo del feudatario, fuori dall’abitato verso il monte Le Porche, nell’attuale zona del quartiere “Palazzo”.

Nel 971 fu creata la contea di Sarno che, con il suo circondario, fu concessa ad Indolfo. Nel 981 si tramanda di una tremenda eruzione del Vesuvio, proprio nel giorno del solenne funerale del principe Pandolfo Capodiferro.

Nei secoli successivi al X secolo Siano seguì le vicende storico-politiche normanno-sveve ed angioine-aragonesi della zona: nei primi anni dell’XI secolo faceva parte della contea di Nocera, mentre figurava nel gastaldato di San Severino dopo il 1110 durante la dominazione normanna.

I Normanni erano abitanti della sponda baltica della Norvegia, emigrati verso sud per la sterilità dei suoli nordici a partire dall’anno 1000 circa. Inizialmente prestarono i loro servizi per vari compiti, come la protezione a pagamento dei fedeli che si recavano in pellegrinaggio. Successivamente furono ingaggiati come mercenari nella difesa delle città costiere dagli attacchi dei pirati. Nel 1018 un gruppo di 40 Normanni di passaggio a Salerno organizzarono le genti dell’entroterra agricolo dell’agro nocerino contro i Saraceni che assediavano la città, avendola vinta alla fine.

I Normanni conquistarono dapprima la Puglia, stabilendovi una prima signoria divenuta poi la Contea di Puglia nel 1043, e distribuendo le città conquistate ai capitani degli eserciti, organizzandole in baronie. Mediante battaglie, alleanze e matrimoni con le famiglie dei principi longobardi, i Normanni assunsero via via il dominio della Calabria e della Sicilia, fino a porre le loro brame sui Due Principati longobardi di Salerno e di Benevento, lambendo così il territorio dello Stato Pontificio.

Il duca normanno Roberto il Guiscardo assediò definitivamente Salerno nel 1074 fino a conquistarla nel 1076, rovesciando l’ultimo principe longobardo Gisulfo II, tra l’altro suo cognato, avendo egli infatti impalmato nel 1058 sua sorella Sichelgaita, figlia del precedente principe Guaimario IV. A partire dall’ultimo quarto del secolo, quindi, Siano e tutto l’Agro nocerino-sarnese passarono stabilmente sotto il dominio normanno.

Roberto il Guiscardo, per sdebitarsi verso i suoi cavalieri distintisi in battaglia, concesse loro privilegi su diverse parti del neo-conquistato principato salernitano, dando così origine alle più antiche famiglie feudatarie della zona:

Mercato San Severino, Bracigliano e Castel San Giorgio toccarono a Turgisio (o Trogisio);
Nocera e Cava de’ Tirreni furono affidate ad Angerio (o Augerio, fratello di Turgisio, dal quale poi si generò la famosa casata dei Filangieri, che etimologicamente significa proprio Filius Angerii);
Siano, Lanzara e Roccapiemonte furono tenute alle dirette dipendenze del principe, ma amministrate da Guirifrido, originariamente Wirifrider, capostipite di quella che negli anni seguenti divenne la potente famiglia dei Budetta. A tal proposito, il cognome Budetta che Guirifrido si autopose e che fu tramandato ai discendenti a partire dal figlio Guglielmo in poi, deriverebbe in forma diminutiva da buda, che è il nome volgare di una pianta palustre che in dialetto napoletano viene chiamata vuda, e che in italiano è tifa: questo a confermare il carattere paludoso che presentava allora il basso territorio sianese.
Nei primi decenni del XII secolo, i territori sianesi erano sotto la proprietà della potente famiglia normanna dei Budetta, che si stabilì nella parte orientale dell’agro nocerino, impossessandosi di tutto quel tratto compreso tra le attuali Siano, Castel San Giorgio, Lanzara, Roccapiemonte e Materdomini. Agli apici della loro potenza, i Budetta estesero i loro possedimenti fin anche a feudi in Amalfi, Napoli e Aversa, possedimenti maggiori con cui Siano iniziò dei rapporti di scambio di beni agricoli.

Nel 1120 Giordano II ascese al trono del Principato di Capua; essendo egli sposato a Gaitelgrima (figlia di Sergio II, duca di Sorrento dal 1090 al 1135) ricevette in dote con il matrimonio la città di Nocera con tutte le terre e i casali nel suo agro, ad esclusione del casale di Siano.

Nel 1132 Ruggero II d’Altavilla, re di Puglia e di Sicilia, si accampò nelle contrade limitrofe di Nocera e combatté anche una battaglia sulle rive del fiume Sarno. Nel 1136 egli annetté i Due Principati e il Ducato di Napoli al suo regno, rimanendo padrone dell’intero Meridione d’Italia e fondando il Regno di Sicilia nel 1139.

Nella prima metà del XII secolo, il Casalis Siani ebbe quindi una stabile signoria propria, rimanendo autonomo sia dalla contea di Nocera che dal gastaldato di San Severino, sebbene Siano fosse sempre inquadrato nei confini territoriali del gastaldato sanseverinese, come conseguenza – a quanto ci riporta il Palmieri – dell’attuazione degli editti di Ruggero che ridefinirono i confini di tutte le signorie del Principato Citra.

La dinastia angioina consolidò l’influenza delle signorie locali dell’agro nocerino-sarnese: lo stesso Carlo I d’Angiò, a causa di diverse circostanze debitorie, fu obbligato a vendere la maggior parte delle città e proprietà demaniali del suo regno, accrescendo così il potere dei feudatari che da più di un secolo dominavano la zona. Siano divenne propriamente feudo agli inizi del Duecento, all’interno del Regno di Sicilia.

Per effetto del privilegio di Carlo I d’Angiò del 30 agosto 1274, Andriotto Riccardi e sua moglie Giovanna risultavano proprietari legittimi del feudo del Casale di Siano.

Nel 1436 il feudo diventò baronia passando ai baroni Denticola, alleati dei Sanseverino, che lo tennero fino al 1486, quando il re Ferdinando I d’Aragona spodestò Tommaso Denticola della proprietà del Casale, investendone Ludovico De Rynaldo, soprannominato “Mosca” e già signore della vicina Roccapiemonte, come premio alla sua fedeltà e servigi alla corte reale. I Sanseverino, nella figura del principe Antonello II, avevano infatti ordito la cosiddetta congiura dei baroni fallita disastrosamente nel 1486, scatenando la furia vendicativa di Ferdinando I d’Aragona.

Nell’anno 1481 Francesco, Alfonso e Antonio Rinaldo da Siano si distinsero nell’epica battaglia di Otranto, combattuta dall’esercito di liberazione cristiano contro i Turchi.

In quegli anni, gli spagnoli succedettero agli Aragonesi e il Regno di Napoli fu annesso alla Spagna nel 1504, perdendo il “titolo” e diventando così, per due secoli Vicereame di Napoli, in quanto governato da un viceré in rappresentanza del re spagnolo. Con i nuovi padroni il feudatario di Siano, come tutti gli altri signori del Mezzogiorno, si vide limitare notevolmente l’autonomia di cui aveva goduto.

Tra il 1500 e il 1700 Siano è un casale autonomo dallo Stato di San Severino all’interno del Regno di Napoli.

A Ludovico succedette, nel 1506, il figlio Francesco De Rynaldo. Siano non era considerato come comune feudo ma, a differenza dei villaggi vicini, un vero e proprio oppidum, ossia alla stregua di una città fortificata; nei documenti dell’epoca viene già decantata la vallata per la sua terra fertile, ricca di oliveti e vigneti. Su di essa il feudatario di turno esercitava i suoi diritti feudali, spesso vessatori nei confronti della popolazione: uso a piacimento della manodopera, nomina dei vassalli, amministrazione della giustizia penale e civile, giurisdizione sul forno pubblico e sul prelievo di legname dal demanio e sull’uso del territorio per il pascolo del bestiame, riscossione delle tasse sulle compra-vendite di terreni nel feudo (la “quarta”).

Il nome Siano appare chiaramente in un atto del 1528 quando il viceré Filiberto di Chalons, principe d’Orange, confiscò in nome del suo re Carlo V il Casalis Siani vendendolo al nobile don Ferdinando Pandone.

La parrocchia di Santa Maria delle Grazie di Siano compare anche nel percorso della visita pastorale compiuta dell’arcivescovo spagnolo Cervantes, reggente dell’arcidiocesi di Salerno, al suo insediamento nel 1564. La relazione del cardinale cita la grande devozione della popolazione di Siano per i martiri cattolici San Vito e San Sebastiano. A quest’ultimo era dedicata una cappella, posta nell’allora centro del paese per comodità dei fedeli, sul luogo ove oggi sorge la Chiesa Madre dedicata a San Rocco e San Sebastiano. Di quella cappella resta ora la cripta cinquecentesca sottostante il pavimento della chiesa di San Rocco.

Nel 1594 la peste devastò il cuore del regno di Napoli, mietendo moltissime vittime fino a comprendere l’intera zona nolana: le valli interne dell’Agro furono invece risparmiate.

Durante gli anni successivi il feudo fu signoria di varie illustri famiglie quali i napoletani Caracciolo-Rossi (congiuntamente ad altri loro possedimenti nell’area sanseverinese) e il ramo napoletano della nota famiglia di banchieri fiorentini Antinori che, a quei tempi e nella persona di Alfonso Antinori, erano già baroni del vicino feudo di Ciorani e si fecero anche signori del Castel di Siano.

Nella notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1631 il Vesuvio, dopo due secoli e mezzo di quiete, esplose in una tremenda eruzione durata vari giorni e accompagnata da forti scosse telluriche, causando circa 6000 vittime nelle vicinanze del cono: gli effetti dell’eruzione interessarono anche Siano, dato che l’area impattata ebbe un raggio di approssimativamente 23 km.

Nella storia del paese un posto di rilievo è occupato dalla nobile e potente famiglia dei Capecelatro (o Capece-Latro), signori baroni di Siano già dalla prima metà del XVII secolo con Girolamo Capece, e che fecero attribuire al feudo il titolo di Ducato nel 1640, sotto il dominio prima di Ettore e poi di Carlo Capecelatro.

Ettore Capecelatro fu in effetti il capostipite dei duchi di Siano, nonché marchese del Torello, e la sua linea genealogica ottenne poi in seguito per successione ereditaria dalla casata dei Mormile anche i titoli di duca di Castelpagano e di marchese di Ripalimosano, per poi estinguersi nella casata dei Perez Navarrete, duchi di Bernalda.

Di Carlo Capecelatro duca di Siano si ricorda che, trovatosi inquisito di un reato nel tribunale regio di San Lorenzo nel pomeriggio di domenica 7 luglio 1647, insieme ad altri cavalieri della nobiltà napoletana difese il palazzo dai rivoltosi capeggiati da Masaniello che lo avevano stretto d’assedio, riuscendo a contenerli ed infine ad allontanarli.

Sotto la dinastia dei Capecelatro, il ducato di Siano aumentò i suoi possedimenti e addirittura inglobò altri feudi: nel 1689, il marchesato di Polla e la baronia di San Pietro al Tanagro, nel Cilento, entrarono nella sfera di dominio sianese, anche a causa dei loro dissesti economici.

La comunità sianese rimase completamente immune al morbo delle pestilenze che flagellarono l’Italia e l’Europa nella prima metà del XVII secolo: questo incrementò il culto popolare di San Rocco, ritenuto il preservatore dalla peste. Da ricordare l’oculata gestione dell’emergenza da parte dei duchi che fecero piantonare minuziosamente per anni ogni via d’entrata ed uscita dal paese per prevenire il contagio con la restante parte del regno. Verso la fine del secolo, nel 1692, la comunità sianese contava circa 670 persone.

Nel 1703 Siano perse il titolo di ducato per diventare nuovamente baronia e marchesato nelle mani della famiglia dei marchesi De Luca, di antica nobiltà e originari della città di Trani. La signoria di questa famiglia iniziò con Giacomo De Luca e durò per oltre un secolo, precisamente fino al 1805, quando Siano passò nelle mani dei Clementi (o Clemente), marchesi di San Luca. La signoria marchesale dei De Luca non fece rimpiangere il precedente periodo ducale in quanto, pur conservando intatti i propri diritti feudali, mostrò tuttavia una mentalità aperta tesa a perseguire anche lo sviluppo economico, sociale e religioso del possedimento.

Nel 1735-1736 Siano ricevette la visita della missione di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, arrivato e stanziatosi nel vicino feudo di Ciorani con due suoi compagni, che influenzò molto la vita religiosa del paese.

Il 25 maggio del 1737 un’altra eruzione vulcanica del Vesuvio fece cadere cenere e lapilli nella vallata sianese.

Nella prima metà del Settecento anche a Siano, come nel resto del Regno di Napoli, si osservò l’ascesa sul palcoscenico sociale di una nuova classe intesa ad occupare gli spazi economici esistenti tra il popolo-contadino e il feudatario: imprenditori, artigiani e operai, forti dell’impulso dato dalla politica economica adottata da Carlo III di Borbone fin dal suo insediamento sul trono del Regno di Napoli e Sicilia nel 1735, si adoperarono nella creazione di una diffusa rete di attività di produzione e commercializzazione. Come conseguenza dell’espansione dei traffici, le famiglie dei commercianti e dei trasportatori locali si trovarono a godere di migliori condizioni economiche, rispetto a quelle della massa contadina.

Questa trasformazione portò alla specializzazione dei mestieri e all’emersione di nuove figure lavorative. Ad esempio, quella che in termine dialettale locale era chiamata uttàro: in origine si indicava così il fabbricatore di botti e altri contenitori fatti tipicamente col legno, abbondante nei boschi dintorno, passò poi ad indicare colui che si occupava anche di trasportare e smistare tali recipienti con i prodotti attraverso i sentieri che collegavano le varie contrade della vallata sianese mediante l’uso di carretti trainati da asini o cavalli.

I sianesi sfruttarono le abbondanti risorse boschive dei monti circostanti fin dai tempi della conquista dei Romani: il legno era usato per costruzione di infissi e carri e anche per le navi costruite nei cantieri di Castellammare di Stabia e Amalfi; sovente, il legname veniva acquistato direttamente in lotti sul demanio dai signori dei paesi limitrofi. Nel tempo, la figura del boscaiolo andò specializzandosi in varie categorie, quali il tagliaboschi, il mannese e il segantino. Il legno delle circostanti selve cedue, specie quello del diffuso albero di cerro, era usato anche per fabbricare il carbone, dando origine alle connesse attività carbonaie.

Durante il XVIII secolo gli artisti pipernieri sianesi erano molto apprezzati e lavorarono ad importanti opere come le stanze della Reggia di Caserta e la costruzione di diverse ville e giardini nel territorio napoletano.

Terribile fu la storica carestia che si abbatté nel 1764 sul territorio sianese, come in gran parte del Regno di Napoli, e che portò alla decimazione della popolazione, a tumulti e insurrezioni. Il bilancio della calamità fu disastroso in tutto lo Stato di San Severino, e si tramanda che la popolazione moriva ogni giorno di inedia. La ripresa negli anni seguenti la carestia avvenne lentamente ma con continuità, grazie anche all’opera volenterosa dei contadini, artigiani e operai locali a cui si deve l’incremento della produzione agricola, la costruzione e l’ampliamento delle strade di collegamento coi feudi vicini, l’abbellimento del paese con i bei portali dei palazzi signorili e gli artistici archi in pietra finemente lavorati, ancora oggi ammirabili all’ingresso di Palazzo Di Benedetto e di Palazzo Iennaco.

Già dalla prima metà del Settecento era divenuta fiorente nella conca la coltivazione e vendita di ciliegie, che non conobbe pause di rilievo neanche durante la citata carestia del 1764, tanto che in un atto notarile del 1766 si menziona un terreno sito in località di Siano che presentava piantagioni di “cerase, ficoni e uva” di speciale qualità e ottimo sapore.

Alla fine del Settecento Siano risulta ancora inquadrato come marchesato, come già detto in mano alla famiglia De Luca o secondo altre fonti, infeudato per un certo periodo alla casa Sarno. La vallata era popolata da 1952 anime e d’aria mediocre. Vi era già un discreto numero di case allineate ai lati delle principali arterie cittadine dell’epoca, confluenti nelle odierne piazze di San Rocco, Municipio e IV Novembre. Il solo Palazzo Ducale (o più propriamente ora, il Palazzo Marchesale) risultava isolato rispetto agli agglomerati abitativi ed immediatamente a ridosso dei terreni agricoli. Siano rispondeva già allora ad un criterio di consolidata omogeneità insediativa, derivata essenzialmente dalla tradizione geografica del suo territorio rispetto agli altri centri cittadini circostanti.

Agli inizi dell’Ottocento i tessuti insediativi tendono a concentrarsi lungo gli assi stradali corrispondenti alle attuali via Garibaldi e via Marconi/via Vittoria e si riconosce la prima articolazione nei tre quartieri storici di Siano: “Casa Leo”-“Chivano”, “Casa d’Andrea” e “Pie’ del Pozzo”. Dalle carte topografiche dell’epoca si nota che il paese è collegato a Sarno da una mulattiera che parte dalla zona detta “Cortemeola” in direzione de “La Cappella” e a Bracigliano attraverso un preciso tracciato viario. Si evince anche la presenza di un canalone sul tracciato di quella che diventerà via Botta e di un cimitero alle spalle della chiesa di San Rocco oltre a quello in località San Vito (nucleo di quello attuale).

Nel 1806 Giuseppe Bonaparte re di Napoli e fratello di Napoleone abolì la feudalità e gli antichi reggimenti municipali. Nacque così il comune di Siano, che fu inquadrato nel circondario di San Giorgio all’interno del distretto di Salerno ed ebbe come primo sindaco Saverio Nocera, a cui succedette prima G. De Filippis e nel 1810 Sebastiano Galluccio.

Siano contava 2309 abitanti nel 1812 e quindi, essendo inferiore a 3000 abitanti, venne classificato tra i comuni di terza classe, in base al decreto di re Gioacchino Murat n. 735 del 15 settembre 1810 che rese obbligatoria l’istruzione primaria nei paesi con più di 300 abitanti per i bambini che avessero compiuto i cinque anni, con pagamento di una retta comunale (un carlino), da cui erano esentati i poveri.

Durante la prima metà dell’Ottocento il territorio sianese era parte della provincia Principato Citra del Regno delle Due Sicilie, sotto la dinastia reale dei Borboni.

A difesa dalle frequenti alluvioni, fu realizzata una serie di lavori di inalveazione per contenere l’effluvio di acqua piovana e fango dai “valloni” circondanti il centro cittadino. Queste realizzazioni si inserirono nel quadro della pregevole opera di ingegneria idraulica voluta dai Borboni nota come “Regi Lagni” (una rete di canali che servivano a irregimentare le acque affluenti del fiume Sarno), che contraddice la proverbiale immagine di arretratezza della dinastia.

Intorno al 1823 nella “pianura cinta dai monti” del feudo di Siano risultavano vivere 2060 persone, dedite a un’agricoltura concentrata sulla produzione di “grani, granidindia, frutti, vini e canapi”.

Alla fine del quinto decennio dell’Ottocento Siano contava circa 3576 abitanti e l’economia, si basava sulla vendita del legname da costruzione – specie quercia e castagno e, per tale motivo, allora veniva chiamato volgarmente querciale – tagliato dai folti boschi demaniali e del carbone ottenuto bruciando la legna locale[29][121] nonché sul commercio del vino e della frutta coltivata nei possedimenti. La popolazione della vallata era impegnata per la maggior parte nei lavori dei campi; il resto si dedicava all’artigianato, all’allevamento delle capre e alle attività legate alle montagne del circondario.

Al primo censimento fatto nel Regno d’Italia nel 1861, Siano faceva registrare circa 2843 abitanti, mentre dagli archivi borbonici ne risultavano fino ad un massimo di 3600 negli anni immediatamente precedenti. Con la riorganizzazione degli stati pre-unitari nella struttura amministrativa unica del nuovo regno, Siano:

entrò a far parte del IV mandamento di Castel San Giorgio (comprendente anche Bracigliano e Roccapiemonte) e della provincia Principato Citra (divenuta poi provincia di Salerno), esattamente nel III circondario amministrativo di Salerno;
la giustizia fu affidata al Tribunale di Salerno e alla Corte d’appello di Napoli;
dal punto di vista religioso, restò nell’arcidiocesi di Salerno;
venne integrato nel neo-formatosi collegio elettorale di Nocera dei Pagani.
Di questo periodo si ricorda la carriera di Antonio Capecelatro, patrizio napoletano della storica famiglia legata a Siano, dapprima funzionario delle Poste Borboniche, poi fondatore del giornaletto umoristico “Palazzo di Cristallo” nel 1856 e in seguito direttore del “Diorama”, successivamente al Ministero della Marina e infine, dal 1880 al 1886, Direttore Generale delle Poste del Regno d’Italia.

In quest’epoca, la popolazione cittadina sianese fu interessata da un consistente aumento demografico con una progressiva accentuazione del disboscamento della vallata e della superficie coltivata. I tre quartieri storici vennero definitivamente collegati da un percorso corrispondente all’attuale via Roma.

Una misura della vita di sacrifici e di quotidiane rinunce a cui era sottoposta la popolazione rurale sianese nei primi anni del Novecento è documentata da diversi sfortunati casi di ustioni su bambini di pochi anni, lasciati incustoditi davanti al fuoco del camino acceso a riscaldare le pentole, mentre i genitori erano assenti perché costretti a dedicarsi al lavoro nei campi.

Nei decenni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, per sfuggire allo stato di miseria, centinaia di sianesi emigrarono in cerca di fortuna nelle Americhe imbarcandosi sulle grandi navi che solcavano l’Atlantico. Non tutti personalmente fecero fortuna, ma in alcuni casi i loro discendenti sì (come nel caso dei nonni di Thomas R. DiBenedetto, a capo della cordata di imprenditori che ha acquistato nel 2011 la squadra di calcio della capitale A.S. Roma).

Tra il XIX e fino ai primi decenni del XX secolo, il legname di Siano era così apprezzato che veniva impiegato anche per la costruzione delle traverse, le sottostrutture su cui poggiano i binari, contribuendo così alla realizzazione delle linee delle ferrovie meridionali nel Regno delle Due Sicilie, le prime in Italia e tra le prime in Europa. Oppure il legname, sotto forma delle cosiddette carrate, era indirizzato verso i porti del Regno. Le cortecce delle querce che crescevano nell’area sianese erano molto apprezzate dai fabbricanti di cuoi a causa dell’eccellente quantità di tannino che esse emanavano.

Nel XX secolo la dinamica insediativa ha condotto a una caratteristica configurazione con la zona centrale del paese fatta di insulae urbane di medie dimensioni, con un’edificazione compatta nelle zone perimetrali (tipicamente palazzetti a 2/3 piani in prossimità delle strade) ed aree libere nelle parti interne (aree non coltivate o aree verdi tutelate dal piano regolatore). I colori dominanti degli edifici sono il bianco e il giallo.

Durante la Seconda guerra mondiale, a seguito dello sbarco alleato a Salerno e dell’armistizio di Cassibile, a partire dal 19 settembre 1943 alcune divisioni dell’esercito tedesco in ritirata verso il Volturno attraversarono il passo de La Cappella in direzione di Sarno provenienti da Castel San Giorgio, pressate dall’avanzata della 5ª Armata Stati Uniti d’America agli ordini del generale M. W. Clark, il quale mirava a consolidare la posizione ottenuta con lo sbarco nella piana del Sele dilagando nell’Agro, per poi puntare su Napoli.

Negli anni quaranta e cinquanta le strade periferiche di Siano si presentavano sterrate e polverose, a differenza delle arterie principali del centro che invece erano già pavimentate, anche in basolato lavico di pietra vesuviana.

 

Indirizzo

Indirizzo:

Piazzale Alcide De Gasperi,1 - 84088 Siano(SA)

GPS:

40.801034, 14.6936771

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