Comune di Vibonati

Comune di Vibonati

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Vibonati, antico borgo medievale ancora intatto nella sua caratteristica struttura, si erge tra le due splendide valli del Fontana e dell’Anafora, le sue colline degradanti verso il mare offrono al visitatore uno spettacolo unico, il corbezzolo, la ginestra, l’ulivo, la vite, lo sparto , il pino marittimo, il mirto arricchiscono questo splendido anfiteatro, che dolcemente degrada verso il mare del Golfo di Policastro teatro di remote rotte marittime e crocevia di antichi passaggi terrestri.

Il territorio di Vibona, coronato tra le Mantenere, S. Lucia, S. Teodoro, Tempetello, Pietredamo, col Fortino apre sul mar Tirreno con la distesa dell’Uliveto e delle Piane, funge da sentinella la località Petrosa (occupata oggi dalla torre vicereale) che si erge sul mare, sempre punto di riferimento sia nella viabilità terrestre, che marittima.

L’area di Vibonem, nel passato, è stata oggetto di molteplici dinamiche territoriali, delineate sugli elementi archeologici di superficie rinvenuti, e quindi si trova ad essere contestualizzata lungo un asse viario presente sia nel periodo protostorico (1400/1200 a.C.), che nel periodo enotrio. Fu questo antico “ramulus”, remoto percorso carovaniero, o tratturo di collegamento, che immettendosi sulla via Popilia prima e continuando verso Syris, metteva in comunicazione le zone costiere di Velia, Pyxus con la costa ionica. Per tali motivi sono giustificati i ritrovamenti di olle da derrate, ed oggetti di creta prodotti nelle città greche colonie della costa ionica (arco cronologico tra il IX e la fine del VI secolo a.C.) .

Questo periodo caratterizzato da esodi, e movimenti migratori verso questo territorio disseminato di monti, colline e valli incassate, costituì un crogiolo di stirpi, culture e costumanze, presupposto innegabile delle nuove scuole di pensiero laico, filosofico e politico di Velia, Crotone e Poseidonìa. Questi luoghi pur facenti parte della Lucania, avendo avuto continui rapporti commerciali con i Greci prima, ed i Sanniti poi, presentano ancora oggi contaminazioni di isoglossa basata su alcuni temi cardini che ci permettono di formulare coordinate molto attendibili sulle comunità che occuparono il nostro territorio.

La colonia di “Vibonem”, (Vibonem è accusativo di Vibo/Vibonis) successivamente fu denominata Bibo, come riportato in mappe antiche, questa è stato certamente l’antenato remoto dell’attuale Vibonati. Tale colonia fu dedotta nell’anno 195 a.C., difatti sotto il consolato di Lucio Quinzio Flaminio, e Cn. Domizio Enobardo, i triunviri Q. Nevio e M.Furio Crassipe condussero a Vibonem una colonia di trecento cavalieri, a ciascuno di essi vennero assegnati 30 iugeri di terreno (circa otto ettari) e tremila e settecento plebei, a ciascuno di essi furono assegnati 15 iugeri di terreno (circa 4 ettari), e tale territorio si estendeva in prossimità dei Bruzii, ossia ai confini della Calabria. Il testo di Tito Livio riporta: “Eodem hoc anno Vibonem colonia deduca est ex S.C., plebisque scito. Tria milia septuaginta pedites ierunt, trecenti equites. Triunviri deduxerunt eos Q. Naevius, M. Furius Crassipes. Quina dena iugera agri data in singulos pedites sunt, duples equitibus. Brutiorum proxime fuerat ager.” (Tito Livio, cap. 31, libro 35).

Quindi l’area interessata alla colonizzazione si estendeva dalla fascia costiera dell’Uliveto, S. Maria Le Piane a tutto l’entroterra compreso la località Fortino, Callidi, Madonna dei Cordici, S. Nicola, S. Lucia, Mantenere, ossia dal mare fino a Torraca, Tortorella e Ispani. Il territorio, disseminato di moltissime “statio” (fattorie) con annessi lotti di terreno coltivabili, fu la realizzazione di un graduale processo politico.

Vibonem godette di una certa importanza, visto che l’oratore Cicerone che frequentava Velia e Paestum, spesso riparò ivi presso l’amico Sicca. A ridosso del Fortino sono state trovati massi ciclopici in poligonale pseudo-isodoma, oltre ad insediamenti di una certa importanza abitativa; quindi non solo fattorie sparse, ma tracce importanti di agglomerati edilizi precedenti alla colonia romana.

La gestione del territorio durante l’Impero Romano fu piuttosto equilibrata, i Greci continuarono ad avere rapporti commerciali con le nostre popolazioni, ma la costruzione della via Popilia (132 a.C.), e soprattutto le continue incursioni dei Saraceni lungo il litorale, tra il 750 ed 950 d.C. costrinsero i superstiti di Bibo ad abbandonare quel sito originario per stabilirsi più a monte a ridosso del costone roccioso che si estende dalla piazzetta della Grazia, alla rupe del Tirone, tale nucleo fu denominato Bibo nova, facendo riferimento a Bibo ruinata ubicata a ridosso di S. Croce, il Fortino e l’Uliveto. Detta denominazione, riportata anche in atti notarili, secondo da chi veniva proferita, fu declamata, Bunati, Bibonati, Libonati, Livunati.

Una ulteriore organizzazione del territorio si ebbe con la venuta dei monaci basiliani. Questi anacoreti ebbero la capacità di saper interpretare le aspirazioni delle nostre popolazioni vessate da problematiche ambientali e politiche, e quindi i seguaci di s. Basilio, non solo seppero essere coltivatori di anime, ma soprattutto diedero il forte radicamento di un sistema amministrativo e normativo più equo e più giusto, organizzando gli abitanti del luogo all’utilizzo dei primi mulini ad acqua, alla semina dello spelta e del sorgo, ma soprattutto incoraggiarono e perfezionarono la coltivazione della vite e dell’ulivo, del carrubo. La ricchezza di acque favorì la concia delle pelli non tanto con l’allume, ma sostituendo lo stesso col tannino del mirto e del mallo di castagno, entrambi abbondanti nelle nostre valli.

Nell’anno 1077 Vibo Nova, insieme ad altri territori del Cilento fu ceduta a Roberto il Guiscardo, mentre dal 1296 al 1348 fu governata inizialmente da Giovanni Ruffo di Policastro, poi da Gabriele e Luciano Grimaldi ed infine dai Sanseverino, fino alla “Congiura dei Baroni del 1486”. Sicché la “terra Bonatorum” passò ad essere “Casalis” dell’università di Tortorella.

Questo fu un periodo molto proficuo per la lavorazione e concia del pellame, il mirto e la calce erano due risorse diffusissime e ad un prezzo irrisorio; il primo veniva lavorato con i correggiati, mentre la seconda si ricavava in abbondanza nelle carcare. La richiesta di prodotto lavorato arrivava incessante da tutto il meridione, tanto che per accelerare i processi di concia, Terenzio Collimodio, agente dell’allume delle miniere della Tolfa durante il pontificato di Papa Clemente VIII, ripropose l’utilizzo di questo sale, portando ad un forte incremento di produzione di ambegna (pelle conciata) con cospicui guadagni da parte dell’intero settore. La comunità di Libonati che nel 1797 con i suoi 3000 abitanti contava ben 15 industrie di lavorazione delle pelli con annesso indotto di carcare, frantoi, carniccio,tomaie semilavorate, fabbricazioni di scarpe, commercializzate via mare, o tramite i viaticari, che con carovane di muli raggiungevano i vari mercati della penisola.

Libonati in questo periodo si aggiudicò grandi commesse per l’esercito borbonico, addirittura nel decennio francese rispose alla commessa di 15.000 paia di scarpe per l’esercito di Murat.

Vibonati partecipò ai Moti del 1828 con Domenico Calabria e Saverio Amalfitano, fatti condannare ai ferri dal maresciallo Del Carretto; il 4 febbraio ospitando Costabile Carducci, vittima del filoborbonico Vincenzo Peluso da Sapri, fu coinvolto nei Moti del 1848. Il 28 giugno alle ore 20,00 Carlo Pisacane con i suoi seguaci sbarcò nella marina dell’Oliveto, territorio del Comune di Vibonati, per dare inizio al grande movimento risorgimentale – ancora oggi un grosso cippo ne ricorda la memoria. Il 3 settembre 1860, Giuseppe Garibaldi, memore dell’affetto che lo legava al caro amico Carlo, volle visitare il luogo dello sbarco e successivamente proseguì per Vibonati dove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, la stanza da letto che accolse il generale è ancora integra nello stupendo palazzo oggi di proprietà De Nicolellis.

Vibonati nel Golfo di Policastro fino all’immediato dopoguerra è stato sede del Reale Tribunale Mandamentale, delle Carceri e dell’Ufficio del Registro.

Le “ruve” con gli antichi portali arricchiscono il nucleo centrale del borgo antico, che apre con le furtive porte sulle mura perimetrali. Il “Ponte” in muratura , un tempo levatoio, fino al 1625, permetteva l’accesso dalla parte sud, difeso dal torrione con la torretta di avvistamento, oggi torre campanaria della chiesetta della SS. Trinità, antico scrigno di memoria religiosa e vita confraternale.

Di estremo valore artistico sono, inoltre, le chiese in cui si possono ammirare dipinti del XV – XVII secolo. Tra queste si distinguono quella del Santuario di S. Antonio abate, retaggio dei monaci basiliani, un tempo di rito greco e quella della SS. Annunziata di rito latino. Il Comune fa parte dell’associazione “Borghi Autentici d’Italia”. Sorta addossata alla torre vicereale Petrosa è Villammare, che da borgo marinaro si è sviluppata e cresciuta tanto da divenire una ridente località turistica, dalle naturali potenzialità di accoglienza e soggiorno, che non manca ad offrire anche gradevoli opportunità di arricchimento culturale agli ospiti ed ai residenti durante il periodo estivo, con varie iniziative estemporanee, con riferimenti alle tradizioni locali e nazionali. Questa salottiera passeggiata nella quiete estiva, oltre ad essere privilegiato luogo vacanziero, è anche località di  incontri culturali quali l’importante Festival di Cortometraggio per giovani registri “Villammare Film Festival”, ed il rinomato premio letterario di narrativa nazionale “Torre Petrosa”.

 

A cura del prof. Abramo Vincenzo

Indirizzo

Indirizzo:

Via Appenino, 84079 Vibonati SA

GPS:

40.0996106, 15.5834296

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