Parco archeologico urbano di Volcei

Parco archeologico urbano di Volcei

Il Parco archeologico urbano di Volcei è situato nell’attuale centro storico di Buccino.

L’odierna Buccino occupa una collina di forma allungata che emerge da un territorio caratterizzato da una vasta depressione lacustre a nord e da una serie di dorsali collinari nel versante meridionale.

Le colline digradano verso la valle del Bianco, nel punto in cui il fiume si immette nel Tanagro.

La visita del Parco archeologico si effettua con liberi percorsi nelle aree di seguito elencate:

  • Convento degli Eremitani
  • Via Egito
  • Porta Consina
  • Palazzo Forcella
  • Tempio di via Santo Spirito
  • Castello
  • Piazza Amendola
  • Via Canali
  • Porta S. Elia
  • Porta S. Mauro
  • Area Sacra di Santo Stefano

L’area sacra di Santo Stefano è chiusa, a sud, da un ripido pendio che insiste su di un banco roccioso calcareo, e, a nord, da un muro perimetrale orientato est- ovest. Dagli scavi non sono ancora emersi esattamente i suoi limiti sugli altri versanti; più in generale, la necropoli si estende su tre terrazze, delimitate da strutture di contenimento.

Le mura, costruite nel IV secolo a.C., si sviluppano lungo un perimetro che ricalca e asseconda la morfologia della collina, seguendone le ripidità sul versante settentrionale e adattandosi alla presenza di speroni e coste rocciose sulle pendici ovest e sud.

Sul versante meridionale della cinta muraria si è ipotizzata la presenza di torri quadrangolari, che appaiono in una tavola del XVI secolo, opera dell’arciprete Bartolomeo Bardario.

Nel suo aspetto completo, corredato del sistema di torri e porte a cortile interno, l’impianto difensivo delle mura fu probabilmente costruito tra i decenni conclusivi del IV e l’inizio del III secolo a.C. Modifiche e restauri furono però già effettuati verso la metà del III secolo a.C., quando furono apposti alla cinta nuovi blocchi squadrati, per contrastare possibili frane e l’instabilità del terreno in pendenza.

La città conta attualmente tre porte principali, tutte di epoca medioevale ma sovrapposte alle antiche porte romane:

  • Porta Consina, così denominata per essere rivolta verso Conza, Compsa, città importante in età romana e altomedievale, si trova in posizione occidentale rispetto al centro storico.

L’attuale strada che oggi unisce Porta Consina a Porta San Mauro è di impianto medioevale ma ricalca quasi perfettamente il percorso del decumano massimo, la strada che correva longitudinalmente lungo il dorso della collina e fin dall’epoca ellenistica ha costituito l’asse portante dell’urbanistica della città.

  • Porta San Mauro meglio nota come “Arco del Barone”, prende il nome dal suo volgersi verso la città omonima e serviva da raccordo con una via extraurbana in cui gli insediamenti antichi risalgono, nella loro maggiore concentrazione, al IV secolo a.C.
  • Porta Sant’ Elia si trova a sud dell’abitato e costituisce il termine estremo di via Sant’ Elia.

In epoca romana si è operato nel versante nord della città per consolidare il pendio e creare terrazzamenti fondati direttamente sul banco di roccia. Ne fanno testimonianza le opere murarie ancorate al pendio stesso da briglie di raccordo e i setti murari che dovevano rafforzare i terrazzamenti sia in senso longitudinale che in senso nord-sud.

Contestualmente a questa operazione di consolidamento si può notare una sistemazione nel settore centrale ed orientale dell’area dove, inglobate nel muraglione di contenimento dell’orto di una unità abitativa moderna, sono presenti massicce strutture murarie in opera incerta.

Probabilmente addossato al ripido pendio roccioso si ergeva un complesso monumentale imponente che occupava quasi tutta la parte orientale dell’area, delimitato da poderose strutture di contenimento che sembrano distendersi su almeno tre terrazzamenti, tra loro paralleli, lungo il versante della collina. Si trattava forse di un edificio per spettacoli, anche se lo stato di conservazione delle strutture, combinato con l’alterazione del profilo orografico del pendio non permettono di istituire un rapporto diretto tra i resti individuati e un edificio per spettacoli, menzionato in una iscrizione frammentaria di età augustea.

La ripida pendenza e la instabilità del banco roccioso hanno reso molto complesso ogni successivo tentativo di rioccupazione dell’area. Tracce di un limitato insediamento sono, infatti, confinate esclusivamente sulla sommità del costone e in corrispondenza di alcuni speroni rocciosi.

L’area è caduta in un complessivo stato di abbandono e la vegetazione si è ormai riappropriata completamente del versante.

A sud del decumano massimo, ricalcato quasi fedelmente dall’attuale via Roma, si è individuato un isolato databile probabilmente alla metà del I secolo a.C. con strutture murarie che si affacciano su di una strada di larghi basoli, grosse pietre irregolari realizzate con roccia vulcanica.
Questo impianto stradale era servito da una rete fognaria in opera incerta che raccoglieva l’acqua piovana. L’isolato è identificabile con certezza come un’area pubblica del municipium romano.

Tra la fine del I e l’inizio del II sec. d.C. quest’area fu interessata da una fase di ristrutturazione con la costruzione di un imponente edificio che si innesta nell’impianto precedente modificandolo radicalmente.

L’edificio era articolato in tre navate con ampia aula centrale absidata. La navata posta a nord era raccordata a quella centrale da una piccola abside e pavimentata con un mosaico geometrico in bianco e nero. Della navata sud restano solo tracce della soglia con i buchi dei cardini.  Successivamente, forse intorno alla fine del III inizi del IV sec. d.C., l’abside viene ristrutturata e trasformata in un’esedra rettangolare con pareti e pavimento rivestiti con lastre marmoree. L’aula centrale viene pavimentata con un bel mosaico policromo figurato.

La parte conservata di tale pavimentazione presenta una figura di Eracle, identificabile per la leontè – la pelle di leone ricordo della vittoria contro il Leone nemeo, prima delle sue leggendarie dodici fatiche – che pende dalla spalla destra e la clava alzata nella mano sinistra, stante, leggermente inclinato a sinistra, su un prato fiorito. Tra il VI e il VII sec. d. C. si pone l’ultima fase di ristrutturazione dell’edificio, l’abside viene chiusa da un muro costruito con elementi di reimpiego ed il pavimento a mosaico venne integrato con un grossolano cocciopesto. Questo intervento segna il passaggio dell’edificio a diverse funzioni e la nascita dell’impianto architettonico ancora in uso.

Al di sotto dell’area corrispondente all’attuale Piazza Amendola gli scavi hanno riportato alla luce parte di un isolato antico che si affacciava sul decumano massimo,  con un marciapiede munito di gradini che ricalcano le variazioni di pendenza del terreno. Sul versante meridionale si apriva un’insula romana, un complesso abitativo a più piani.

Del complesso sono stati scavati tre ambienti rettangolari, che probabilmente erano tabernae, una sorta di botteghe aperte sulla strada, spesso con funzione di osteria. Di queste si conserva la pavimentazione e il sistema di collettori idrici che sfociano in una fogna sotto la strada.

Nel settore occidentale è stata rinvenuta una fontana rivestita di malta, sul fondo del cui bacino  è conservato il foro di scarico nel  quale è inserita una fistula, ossia una conduttura di piombo.

Allo stato attuale, gli scavi ci consentono di ricostruire con relativa precisione l’ultima fase di vita dell’isolato: le epoche più recenti sono infatti documentate dalla presenza di reperti ceramici recuperati nel fondo di preparazione della strada basolata.

Nel medesimo isolato si notano lembi di mosaico e piani in cocciopesto che fanno ipotizzare un’occupazione più antica. L’intero complesso, ristrutturato in età tardo – romana, restò in uso fino alla metà del V secolo d.C.

In via di S. Spirito, ora inglobato nella struttura di un palazzo moderno e utilizzato come abitazione privata, è possibile vedere ciò che rimane di un tempio a podio, comunemente noto come Caesareum, cioè tempio dedicato al culto dei Cesari, la cui costruzione sembra databile intorno alla metà del I sec. a.C. (60-50 a.C.).

Si tratta di un edificio di piccole dimensioni (m. 13 x m. 8,30) di cui sono andati perduti gli elementi della parte rialzata tranne il podio appunto che è rimasto sempre a vista, come basamento dei successivi edifici, testimone del passato e della consuetudine a convivere con esso sviluppata dalla comunità.

L’edificio aveva il fronte ad est e il podio, con il paramento in belle lastre di pietra locale, posto sopra una cornice a gola rovescia che si appoggiava su una piastra di fondazione , chiamata platea, costruita mescolando pietre e malta, che serviva a livellare la naturale pendenza della roccia.

Sul lato sud, dove la pendenza era più marcata, la platea di fondazione fu contenuta da un muro di terrazzamento in opera incerta. Successivamente tale terrazzamento fu rinforzato con la costruzione di una galleria a volta che ebbe anche funzione di cisterna di raccolta delle acque piovane.

Non è possibile affermare con certezza che questo edificio sia il tempio dedicato al culto dei Cesari, ma la costruzione della galleria a volta a rinforzo del terrazzamento sembra corrispondere ai lavori di restauro del Caesareum di cui si parla in un’iscrizione, databile al II sec. d.C., su un architrave ora conservato nel chiostro del convento degli Eremitani di S.Agostino.

Lungo via Egito, arteria della città, un terrazzamento antico su tre livelli nel corso del VI – VII sec. d.C. fu trasformato in un insediamento rupestre simile ai Sassi di Matera.

Le grotte scavate nel banco roccioso e sistemate con fodere murarie in opera incerta, furono progressivamente scavate e divennero prima abitazioni con annesse stalle e successivamente cantine, che rimasero in uso fino al sisma del 1980.

Il castello presenta diverse fasi di vita che ne attestano un uso prolungato, dal XII al XX secolo d.C., con successive fasi di restauro e di adattamento.

Nel XII secolo fu costruita la torre quadrata – il Mastio – unica testimonianza della fase normanna della costruzione,  il cui impianto iniziale rimase inalterato fino alla fine del XIII – prima metà del XIV sec. d.C. quando, sotto la dominazione angioina, la struttura fu ampliata con l’inserimento di un apparato difensivo munito di due torri circolari, di cui l’unica ben conservata è quella a sud-ovest, e di una duplice cinta di mura. Quella più interna chiude una prima corte che protegge spazi di abitazione e opifici (quattro ambienti e una cisterna). Quella esterna protegge una seconda corte in cui si trovavano ambienti di servizio e una scuderia.

Fra il XVI ed il XVII secolo il luogo è lentamente abbandonato ed il fossato si riempie di terra, mentre una ripresa dell’utilizzo e dell’occupazione si verifica tra il XVIII ed il XIX secolo, ma la riorganizzazione della corte interna, occupata lungo il margine settentrionale da una stalla, e la creazione di un sistema di drenaggio delle acque definiscono un sostanziale cambiamento nella destinazione d’uso degli spazi.

Nel corso del XIX sec. d.C. il Castello assume la fisionomia di una fabrica testimoniata da quattro grosse fornaci per la calce – chiamate calcare – , localizzate lungo il versante settentrionale della collina, e da numerose fosse di spegnimento della calce nella parte meridionale. Successivamente, il Castello viene abbandonato e, fino alla vigilia dell’intervento per la realizzazione del Parco archeologico urbano dell’antica Volcei, è stato utilizzato come discarica.

 

Indirizzo

Indirizzo:

via Egito Buccino

GPS:

40.633826355691, 15.375172012442

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